"Non chiederci la parola che squadri da ogni lato / l'animo nostro informe, e a lettere di fuoco / lo dichiari e risplenda come un croco / perduto in mezzo a un polveroso prato" (Montale, Ossi di seppia)
I miei amanti lo sanno che intingo il corpo
in un deserto freddo
e aspiro sabbia e polvere.
Loro fiatano brama dagli occhi grondanti.
Ma nulla mi riempie.
C'è solo polvere che metto addosso.
Non più pantera
intrappolata che gira
in gabbia a vuoto.
Torno a prendere controllo
possesso di me.
Assemblaggio paziente
delle idee.
E' di nuovo l'avventura
non ho ancora
svenduto l'anima.
E lo sguardo guardingo
felino
cede il posto
alla quiete cercata
Non c'è conforto o speranza.
Nel cielo degli occhi
addii inespressi, taciuti.
Bisogna essere molto forti
per amare la vita
nonostante chi ha mentito
dicendo d'amarti;
immobile l'agave,
il salice e il mirto
rintoccano al vento
Rocce impigliate nella lana del maglione
sono la mia scena.
Come seni duri sotto la lingua.
Preparami l’anima quando piove
senza perdere nella memoria la smania
di tradurre la nebbia sulle case.
nelle borse degli occhi di una notte
insonne, nelle rughe di ombre
segnate da giorni attraversati,
solcati, graffiati da artigli di ghiaccio.
Onde di tenebre incalzano e s'infrangono
Su scogliere di ore scandite
Da battiti di assenze, di sogni,
di sconfitte su ciglia asciugate dal vento,
su dita ritratte dentro un pugno.
Ma la luce soffusa s’insinua
Oltre le palpebre di un balcone
Dimenticato dalla vita, e accende
Il pentagramma dei suoni e dei ricordi
Sgranando l’alfabeto della notte.
E dentro quella luce si compongono
Volti di parole, s’intravedono
Suoni di passi in cerca di un cammino.
Alta, la luce resta nell’attesa
Di occhi che ne ascoltino il richiamo…
Indubbia attesa riservata al giardino superbo dalle catene segrete calando coperte di margherite su fervidi intrecci di sospesi orizzonti
in vespri di giorni senza date conosciute con pazienza da sempre
bruciando il fastidio delle ore vuote alla fiamma del vento
scorrono le tue mani
scorrono
impetuoso il regno di ogni suddivisione come reddito di fervore
è un ‘epica elezione senza linea a dividere la terra e il cielo
solo capelli che cadono sulle spalle e camicie sbottonate perdendo asole
in profumi di legni vivi che inondano gli assalti continuati e ribelli
scorrono le tue mani
scorrono
stupefacente strato che culla la memoria del cuore senza dolore
contagio di una peste estensoriale che aggrada la pelle senza minarla
cenni di petali ad indicare l’appartenenza crescendo il titolo della protezione
con l’assenso di rivestire il verde chiaro del sottofondo in regali velluti
Lettera,
gioco di emozioni
fra curve parole,
corsive, correnti,
continue, volute
di salti felici
e giorni vissuti.
Fra segni d'amore
ed interpunzione,
lasciamo le tracce
del nostro passare.
Sgualcite memorie
che ci siamo stati,
e suoni lontani,
lontani passati
(Paul Cèzanne, Natura morta con bottiglia di liquore alla menta)
Scado nelle cose,
in attimi feriali nati in serie
(e vanno mattini e sere
come acqua che non scrive).
Un tempo era vigilia
l'alba che strusciava
su palpebre di sonno
(ricordi? già lo sapevi
il sole nelle strade
e le giornate lunghe
ancora da giocare),
un tempo era vigilia
l'età su panna e crema,
un conto alla rovescia
per cominciare il viaggio.
Poi gli anni in deraglio e freno,
le luci a intermittenza dell'allarme,
accorgersi di dei ch'erano carne
e qui soltanto un'isola
(per anni da scontare
le storie della sera).
Scado con le cose
(come un frutto, una rosa,
il pane dentro al cesto
di una natura morta)
Ho scritto questa poesia nel mare, durante la traversata da Ancona a Patrasso, per poi prendere un'altra nave per Zacinto... l' ho scritta di getto, cullata veramente dalle onde del mare!
Qui nel mare giocano i venti di terre che lascio indietro, avanzando verso l'estate ancora accesa, nello scirocco che si avviluppa al meltemi... si abbracciano i venti qui dove non esiste terra di confine... non so dove sono non ho bussole o destinazioni. Aspetto nei capelli le mani salate dei venti che si rincorrono, per morire insieme, nell'alba nuova...divorata di rosa e porpora
Galoppa
stizzosa irosa rabbiosa
onda gigante
cavalca felice
la Fine.
Sgomento indietreggio
attendo
mia ultima luce
candore sapore
di corpo
cullare di labbra
morsi carnali brutali.
Piovuto su sabbia infuocata
infernale
lontano invoco mio Amore
nuda donati mostrati
ad occhi rapaci volatili prensili
appannato lo sguardo
rincorro, sogno, voglio
invasione
di dolci ricordi
intimità violate
quando rapito incredulo
planava la mano e lo sguardo
esplorava
cavità sotterranee
ove riparo trovò
gioia piacere luce
Torna amore torna
prima che chiuda gli occhi
abbraccia fremente attendo
su letto rovente
di sole apparente
coperto sono da ombre
di un giorno ormai spento
in fuga nel cielo.
Un bacio
donna dona dai
a bocca ardente
generosa mammella inondi di latte
il mio cuore
risvegli i miei sensi
insensata la morte mi strappa
ed abbraccio, stringo sorrido
ad occhi piangenti
mentre il cielo si adagia su terra
trillo di campane
cinguettio di sospiri
canto d’addio
si invola
un bacio ancora un tocco una stretta
forte, forte.
Ed è fine
beata.
PER LA PRIMA VOLTA PUBBLICHIAMO UNA POESIA CORREDATA DA UNA FOTO E DA UN VIDEO DELLO STESSO AUTORE. A ME E A MANLIO E' PIACIUTA L'IDEA. SE NE AVETE DI ANALOGHE, PROPONETE.
Scrutano mille sguardi dalle finestre socchiuse a sera lampioni accesi gettano luce fili di seta spettrale, sui muri parlano ricami di giovani che non usano voce, graffiti e silenzi carezze selvagge disegnano corpi, asfalto bagnato pioggia di luna rossastra si prende gioco di me. Notturno sospiri di carne tocco di dita roventi scivolano smaniose palpitando gemiti. Movenze di danza delineano spazi circostanti traiettorie allungate da passi slanciati oscillano sulle punte. Osservo una vetrina oggetti bizzarri silhouette di carta rumore di tacchi sul selciato, rincorro la mia ombra sul marciapiede destro, pensiero notturno lungo la strada che mi porta a te.
Nessuno potrà mai rubarmi i sogni. Fanno parte di me. Sono le ore scandite del mio paesaggio, sono le creste d’onda su cui arpeggia il respiro, sono i grappoli di pioggia appesi ai rami sfuggiti alle pagine intonse dell’abitudine. Sono voci di nuvole scagliate a coprire in pozzanghere di assenza i laceri grovigli dei ricordi a perdere caduti dalle tasche sfondate di palpebre rubate. I miei sogni hanno il volto e la carne di un petalo in volo hanno le mani forti per lacerare i sudari dagli occhi incatramati dell’indifferenza e sguardi di lame per ferire le pietre. I miei sogni sono le foglie di me stessa proiettate oltre il tempo, granelli di clessidra sparsi sulle orme di mantelli abbandonati sulle rive del giorno. Non sono negli occhi I miei sogni. Anche me li cavassero, i miei sogni rimarrebbero lì. Non sono nelle mie mani, potrei perderle, ma i sogni non per questo svanirebbero... Anche se mi facessero a brandelli non farebbero a brandelli i miei sogni. Solo se impedissero al cuore di battere o di amare o di vedere ai sogni strapperebbero Il vento, e, insieme a me li inghiottirebbe il nulla...
Un richiamo ignorato (perso nelle mille vaghezze dell'infinito) ed il fiotto impazzito che compie la sua dolorosa missione; e pur nel nell'indistinto gorgoglio (tu Cristo e Maria insieme) sussurri l'ultimo dolce messaggio ancora oggi meraviglioso fardello.
Eppure io non ti sogno spesso, mamma! nè ti immagino ancora viva. Tutto è risolto!! senza giudizio nè perdono ma solo amore!!
anelo soltanto a trovarti sulla riva del lago a sbracciarti sorridente nell'attesa di offrirmi l'eterna carezza.
Voglio la terra che tu sei, alcuna stella non ho nelle lande planetarie. Tu sei un universo molteplice.
I tuoi occhi grigiomare sono l'unica luce che mi conduce tra costellazioni smarrite. La tua pelle trema nelle vie che la stella della pioggia percorre.
I tuoi fianchi furono per me la luna la tua bocca sole e piacere che dona come miele luce ambrata
Raggi rossi bruciano il tuo cuore e percorro il fuoco della tua presenza baciandoti, tu, mio piccolo dolore, figura planetaria, terra e colomba spinta al volo continuo, lontana sosta del mio cammino,
geografia di una terra lontana, perduta e ritrovata
'Na tenda, 'na fenesta, 'o ritratto d''o sole... 'N'artista l'ha pittato, cu 'e culure 'e l'ammore, pe' tutte 'e nnammurate, d'ajere, 'e ogge e sempe. E' 'na bellezza rara, è 'na magia d''a vita! Guardanno 'stu tramonto, l'anema toja già freme, mo vuo' vula' luntano, astregnerle 'sti mane, guardarlo dinto all'uocchie e po' chiammarlo ammore
...che non sanno che il pianto dei poeti / è solo canto
brevemente, pensiamo che l'omaggio migliore ad Alda Merini sia ricordarla in una delle sue tante belle poesie
A TUTTE LE DONNE
Fragile, opulenta donna, matrice del paradiso sei un granello di colpa anche agli occhi di Dio malgrado le tue sante guerre per l'emancipazione. Spaccarono la tua bellezza e rimane uno scheletro d'amore che però grida ancora vendetta e soltanto tu riesci ancora a piangere, poi ti volgi e vedi ancora i tuoi figli, poi ti volti e non sai ancora dire e taci meravigliata e allora diventi grande come la terra
Sono nata il ventuno a primavera ma non sapevo che nascere folle, aprire le zolle potesse scatenar tempesta. Così Proserpina lieve vede piovere sulle erbe, sui grossi frumenti gentili e piange sempre la sera. Forse è la sua preghiera.
Il sentimento dell'amore di Hikmet è esteso alle donne amate, ai figli, alla patria, alla Russia ("paese dei miei sogni"), al popolo turco e alla sua lingua, a tutti i popoli della terra, ai suoi ideali di libertà. Joyce Lussu ha scritto: “… Questo prigioniero minacciato per anni di impiccagione, questo poeta che non ha mai trovato un editore nel suo paese, questo malato che poteva morire da un momento all’altro, ha vissuto come un uomo libero…” Questa poesia al figlio, forse, come lui stesso dice, l’ultima, va letta come suo testamento di un uomo che crede nella storia e nel progresso, nell’uguaglianza degli uomini e nella necessità di cambiare la società. Mehmet troverà davanti a sé un mondo nuovo in cui vivere non come un inquilino, ma come protagonista del cambiamento.
FORSE LA MIA ULTIMA LETTERA A MEHMET (figlio) di Nazim Hikmet
Da una parte gli aguzzini tra noi ci separano come un muro. D'altra parte questo cuore sciagurato mi ha fatto un brutto scherzo, mio piccolo, mio Mehmet forse il destino m'impedirà di rivederti. Sarai un ragazzo, lo so, simile alla spiga di grano ero così quand'ero giovane biondo, snello, alto di statura; i tuoi occhi saranno vasti come quelli di tua madre, con dentro talvolta uno strascico amaro di tristezza, la tua fronte sarà chiara infinitamente avrai anche una bella voce, - la mia era atroce - le canzoni che canterai spezzeranno i cuori. Sarai un conversatore brillante in questo ero maestro anch'io quando la gente non m'irritava i nervi dalle tue labbra colerà il miele. ah Mehmet, quanti cuori spezzerai! e' difficile allevare un figlio senza padre non dare pena a tua madre gioia non gliene ho potuta dare dagliene tu. Tua madre forte e dolce come la seta tua madre sarà bella anche all'età delle nonne come il primo giorno che l'ho vista quando aveva diciassette anni sulla riva del bosforo era il chiaro di luna era il chiaro del giorno, era simile a una susina dorata. Tua madre un giorno come al solito ci siamo lasciati: a stasera! Era per non vederci mai più. Tua madre nella sua bontà la più saggia delle madri che viva cent'anni che dio la benedica. Non ho paura di morire, figlio mio; però malgrado tutto a volte quando lavoro trasalisco di colpo oppure nella solitudine del dormiveglia contare i giorni e' difficile non ci si può saziare del mondo Mehmet non ci si può saziare.
Non vivere su questa terra come un inquilino oppure in villeggiatura nella natura vivi in questo mondo come se fosse la casa di tuo padre credi al grano al mare alla terra ma soprattutto all'uomo. Ama la nuvola la macchina il libro ma innanzitutto ama l'uomo. Senti la tristezza del ramo che si secca del pianeta che si spegne dell'animale infermo ma innanzitutto la tristezza dell'uomo. Che tutti i beni terrestri ti diano gioia che l'ombra e il chiaro ti diano gioia ma che soprattutto l'uomo ti dia gioia.
La nostra terra, la turchia e' un bel paese tra gli altri paesi e i suoi uomini quelli di buona lega sono lavoratori pensosi e coraggiosi e atrocemente miserabili si e' sofferto e si soffre ancora ma la conclusione sarà splendida. Tu, da noi, col tuo popolo costruirai il futuro lo vedrai coi tuoi occhi lo toccherai con le tue mani. Mehmet, forse morirò lontano dalla mia lingua lontano dalle mie canzoni lontano dal mio sale e dal mio pane con la nostalgia di tua madre e di te del mio popolo dei miei compagni ma non in esilio non in terra straniera morirò nel paese dei miei sogni nella bianca città dei miei sogni più belli. Mehmet, piccolo mio ti affido ai compagni turchi me ne vado ma sono calmo la vita che si disperde in me si ritroverà in te per lungo tempo e nel mio popolo, per sempre.
SECONDA LETTERA A MIA FIGLIA di Francesco Palmieri
Ti chiedo perdono, figlia mia, per il salto mortale da un altrove a qui dove non c’è rete a frenare la caduta e già per me è spasimo la sosta. E se pure t’amo non mi dico fiero per quel poco di mare versato nel secchiello, per il castello che avrei voluto roccia a cingere il tuo passo, ed era pastafrolla.
Ti chiedo perdono, figlia mia, allora non sapevo che a te non padre e madre sarebbe stato il mondo ma strada insidia bosco battuto dai predoni, girone di più inferni per essere nata un giorno.
Se fossi stato dio avresti avuto sfoglio di un tempo sterminato e non il brivido di adesso ad ogni compleanno. E non ci sarebbe stata serpe non ci sarebbe stato frutto a farmi vacillare per un perdono in più.
In ultimo ti prego di non guardarmi troppo, ignora i miei capelli e il bianco che mi assale, la pelle che si appanna nel conto alla rovescia, e vedimi sulle scale dove anche oggi io ho vinto la partita che gioco con la morte.
Perdonami per sempre, figlia mia, per il salto mortale da un altrove a qui dove non c’è rete a frenare la caduta, perdonami per sempre perché un tempo io ancora non sapevo che già nascere è entrare nel morire.
A MIO FIGLIO di Anita Laporta
Non sentirti ingannato da questo mondo Mai, figlio mio
Vedrai, la pace scenderà Anche nel cuore più duro In fondo io credo, anche, in te Per una nuova Storia Adesso è tutto provvisorio E se la morte porta via la speranza Ritornerà un’altra alba A rischiarare la Terra E le lacrime laveranno le delusioni Come sempre
Non sentirti ingannato Sei nato in un anno di speranza
Quel muro è caduto per tutti Segnando altri sogni, altre gioie Definendo una nuova libertà di credere Figlio mio, Il tuo posto è nel mondo Insieme agli altri Tra voci consumate Tra il credere e il fare Ricorda Nessuno è straniero La felicità è un sogno per tutti
Non sentirti ingannato Mai, figlio mio
Se tu ascolterai I tuoi pensieri Vedrai Il silenzio canterà Anche nella solitudine La speranza sarà tua complice E il mondo sarà la ragazza dai capelli di seta Che bacerai Con la quale impasterai il pane del futuro Con miele e saggezza E così La pace avrà il segno del tuo sorriso Nella misura antica dell’amore Nei raggi giulivi della vita.
Il tuo riso cala come un falco da ripida torre, e puoi attraversare le foglie del mondo con un sol lampo nella tua specie celeste.
Che taglia le lame della rugiada, i diamanti d'acqua, il sole e le api, e lì dove c'era silenzio, scoppiano le granate di meteore e sole,
precipita il cielo nella notte azzurra, bruciano nel plenilunio garofani e prati, galoppano cavalli perduti.
Tu sei piccolo, lasci cadere i riso scuotendo la stessa natura.
Il tuo riso è nell'universo.
Il riso ha questa capacità di far risplendere tutto, di bruciare il tempo, di far guardare garofani, sole e meteore nella loro essenza e farli rivivere e bruciare. Cavalli corrono impazziti sulla terra. Tutto s'illumina del riso divino, della specie celeste, della persona che ti è accanto, e fa rivivere l'universo. Infatti il riso , il sorriso, dice Eco, è una caratteristica dell'uomo, del suo modo particolare di porsi nel mondo, di collegarsi alla natura. E' nell'universo, ma esplode e illumina la terra solo in certe circostanze.